Erbario Evergreen

CorteBianca, nella primavera del 2013, ha concretizzato l’idea accarezzata da tempo: avere un proprio erbario. Un horto sicci della flora presente nella vigna e suoi dintorni, nel microcosmo di Sergnana in Franciacorta.
L’idea è nata dal desiderio di conoscere un mondo apparentemente minore; dal desiderio di effettuare uno studio che “fotografasse” la vegetazione che cresce in un vigneto a conduzione biologica.
Immagini vive, reali, che permettessero nel tempo di cogliere e monitorare i cambiamenti della flora spontanea, che sappiamo essere assai “vagabonda”.
Immagini per definire questo specifico microcosmo, e per accreditare la convinzione che ogni piccolo ambiente naturale ha una sua peculiarità e piccole differenze che lo rendono unico.
Il lavoro è stato guidato dal professore naturalista Aldo Avogadri, Conservatore del Museo di Scienze Naturali di Lovere, e seguito con passione da CorteBianca.
Il censimento ci ha portato a classificare 33 specie nell’ambiente vigna e 61 specie ai suoi margini e nel bosco circostante.
Questi esemplari di flora sono stati in parte “conservati sottovetro” in quadri costruiti appositamente ed esposti a CorteBianca, mentre un’altra parte sono disposti sulle pagine di un prezioso volume unico.
L’Exiccata di CorteBianca rappresenta quindi per l’azienda un insolito contemporaneo “taccuino di studio” per capire nel profondo l’ambiente vigna.
Sappiamo che la pratica dell’erbario ha origini antiche. Un tempo, nella Grecia antica, erano libri con disegni; in seguito, in epoca romana e nel Medioevo prodotti ex novo e copiati anche in forma miniata.
Nel XVI secolo si scoprì la possibilità di conservare le piante dopo un processo di pressatura e di essicazione. Il più antico erbario con “flora vera” conosciuto è datato intorno al 1532, e serbato nella Biblioteca Angelica di Roma a firma di Gherardo Cibo.
Ma veniamo a conoscenza con una certa sorpresa, che “costruire un proprio erbario” è pratica anche recente che ci fa scoprire illustri personaggi, con la passione per la natura.
Grazie alle pubblicazioni della Olschki incontriamo l’erbario di “Filippo De Pisis, botanico flâneur. Un giovane tra erbe, ville, poesia”.  “Codici e rose. L’erbario di Pietro Calamandrei tra storia, fiori e paesaggio”; scopriamo così che il padre costituzionalista oltre che giurista e pittore fu anche cultore di botanica.
Più recentemente, nel 1980, in una forma tra il diario di viaggio e il libro scientifico, troviamo “Flora ferroviaria. Ovvero la rivincita della natura sull’uomo” di Ernesto Schick.
Ed ora, notizia dei giorni scorsi sul Corriere della Sera, Paolo Bisol darà alle stampe “un erbario d’altri tempi”.
Che dire... ad ognuno e ad ogni tempo il suo erbario. Erbario Evergreen.

Autunno in vigna

La vite, per produrre bene, ha bisogno di equilibrio. Come tutti gli esseri viventi, soffre alcuni stress. Una delle sue necessità fondamentali è  avviarsi indisturbata al riposo invernale distribuendo nei suoi tessuti le riserve accumulate nella stagione attiva.
Per questo non potiamo finché non avrà lasciato cadere tutte le sue foglie.
Ci dedichiamo piuttosto al suolo preparando fin d'ora le migliori condizioni per il momento del risveglio primaverile.
Con ripuntatori arieggiamo in profondità, per favorire lo sviluppo radicale e l'esplorazione del terreno; il frutto così ne rappresenterà tipicità e valore.
Lavoriamo infine per preparare la semina di essenze alleate, capaci di arricchire il suolo e renderlo soffice ed accogliente anche per i piccoli organismi, che abbiamo censito nell'esame della biodiversità, e che sono garanti della fertilità e della vitalità dei nostri terreni.
L'obiettivo diretto è il sovescio primaverile: uno dei primi appuntamenti per la prossima stagione.

Pierluigi Donna

Galateo in bosco - 2

Con grande piacere ospitiamo l'interessante contributo che Marco Maio, dottore forestale, ci manda a seguito del nostro articolo "Galateo in bosco" sul nostro blog.

Cara Marina,
ho letto le tue riflessioni in merito alla visione che hai del bosco.
Per quel poco che ti conosco, ho subito apprezzato l'approccio filosofico che hai avuto nel trattare un argomento quanto mai attuale e che suscita la curiosità anche degli addetti ai lavori, specialmente di coloro che vivono la foresta in quanto fonte di reddito.
Il mio percorso di studi all'Università di Firenze, mi ha formato culturalmente nel vedere il bosco non solo come un'entità economica che produce reddito, ma mi ha permesso di capire, anche attraverso le dinamiche ecologiche delle successioni primarie e secondarie all'interno di un ecosistema complesso, che la vita degli esseri viventi, a tutti i livelli, deve seguire necessariamente un equilibrio dinamico.
Con questo voglio dire che il bosco in quanto tale deve essere gestito e coltivato come se fosse una coltura agricola annuale o poliennale che sia. Ad esempio, un campo di erba medica, deve essere sfalciato più volte all'anno per mantenere la propria vitalità (produttiva); la vite deve essere ogni anno potata per produrre i nuovi frutti nell'anno successivo, ecc.
Per il bosco vale lo stesso discorso, i frutti sono rappresentati dagli incrementi legnosi che si depositano sul tronco o sui rami, chiaramente con tempi più lunghi rispetto alle colture agricole classiche.
Quindi la prima differenza è rappresentata dal tempo necessario per raccogliere il frutto che, nel modo forestale, è almeno di 20 -30 anni per i boschi cedui e oltre 50 anni nelle foreste di alto fusto.
In Italia, il problema dell'abbandono delle formazioni boschive non più coltivate, da un lato permette l'avanzare del bosco sui prati pascoli e seminativi abbandonati e l'aumento spropositato della massa legnosa (incrementi annui di massa legnosa) e dall'altro comporta la formazione di interi soprassuoli boscati non strutturati per forma di governo e trattamento. Pertanto, vi sono situazioni borderline, laddove, come nel caso dei boschi di Provaglio D'Iseo, si hanno situazioni di assoluta ingovernabilità, con rischi legati alla staticità degli alberi stessi, ma la cosa che più può preoccupare è la scarsa rinnovazione naturale (per seme) delle specie autoctone (carpini, ornelli querce, ecc.). Nel caso dei boschi cedui, la rinnovazione per via agamica (sviluppo dei polloni che nascono da una ceppaia tagliata l'anno precedente) avviene solo se il bosco viene utilizzato, ovvero viene gestito attraverso criteri di buona gestione forestale sostenibile. Laddove tale attività viene abbandonata si hanno situazioni di degrado che portano il bosco a destrutturarsi, ed essere soggetto a maggiori rischi quali schianti da vento, da neve, attacchi parassitari, elevato rischio di incendio. Se un bosco ceduo per millenni è stato coltivato secondo regole certe (taglio di utiliozzazione ogni 20-25 anni), nel momento in cui si abbandonano le classiche pratiche di coltivazione (taglio, allestimento ed esbosco controllato), allora si va verso un degrado qualitativo e quantitativo delle specie vegetali presenti all’interno di quel comprensorio.
Purtroppo, in Italia, la stragrande maggioranza dei boschi è di proprietà privata con un indice di polverizzazione fondiaria molto alto, dove vi son tanti proprietari anche per piccoli appezzamenti.
La gestione unitaria dei boschi diventa quindi un grande problema laddove ognuno è libero di fare ciò che vuole; è vero che ci sono norme regionali e nazionali che disciplinano tale ambito di intervento ma l'unitarietà gestionale attualmente è su base volontaria (consorzi forestali) e quindi può capitare che in un comprensorio più o meno vasto vi possono essere forme gestionali diverse in virtù di una miriade di proprietari/possessori, che applicano indirizzi colturali e gestionali diversi.
Paradossalmente le foreste meglio gestite sono quelle pubbliche (comunali o demaniali) aventi superfici superiori almeno a 100 ettari, in virtù di una norma risalente al 1923 (R.D. 3267/23) che imponeva ed impone tuttora, con nuove norme nel frattempo che si sono succedute,  la realizzazione dei Piani di Assestamento forestale o Piani di Gestione.
Un Piano realizzato in ambito aziendale o sovra aziendale definisce nel tempo e nello spazio le modalità di gestione del bosco (alto fusto o ceduo), nel rispetto delle leggi specifiche; nel caso di specie, bisognerebbe capire se i boschi ricadenti nel comprensorio della Franciacorta (comunali o privati) sono gestiti secondo dei Piani che normalmente hanno una durata non inferiore ad anni 10. Da una ricognizione delle ortofoto storiche è evidente un aumento della copertura forestale, ma ciò non vuol dire che i boschi si trovano in uno stato di salute "buono".
Trovo molto interessante il passaggio del tuo scritto quando dici che "deve nascere da subito una nouvelle vague di tutela e di gestione dove pubblico e privato lavorino insieme". E' difficile che ciò accada, non tanto per le modalità di attuazione o di gestione del bosco, ma perché non vi è la necessaria cultura nel gestire un bene secondo regole condivise. I consorzi forestali pubblico privato funzionano laddove vi è un'attenta programmazione regionale, con fondi destinati a tale scopo.
Il mondo forestale nazionale risente, oggi più che mai degli effetti della globalizzazione selvaggia, molte imprese forestali italiane preferiscono importare il legname (da opera o da ardere) dai paesi balcanici a rezzi notevolmente più bassi rispetto a quelli italiani. Costa di meno importare legname dalla Romania che utilizzare un bosco posto nelle immediate vicinanze.
E' necessario quindi aprire un dibattito sul futuro dei nostri boschi, che fine faranno, come evolveranno in assenza di una gestione unitaria sostenibile; c'è molto da discutere e i temi di riflessione sono abbastanza coinvolgenti perchè il bosco oggi riveste una miriade di funzioni, tutte importanti e che riguardano il futuro del nostro Paese.
Concludo questo mio piccolo contributo condividendo l'idea, ormai diffusa nel mondo forestale italiano che "l'Italia è ricca di boschi poveri".

Cari saluti

Marco

 

Marco Maio dottore forestale e sindaco del comune di Baranello Molise
STUDIO FORESTALE MAIO
Via S. Maria
86011 - Baranello (CB) - ITALIA

Galateo in bosco

Il territorio della Franciacorta è composto circa da 4.778 ettari di bosco di latifoglie conifere e castagneti, da 451 ettari di formazioni ripariali e cespuglieti, da 3.182 ettari di vigneto e 4.873 ettari di colture agricole varie. Questi dati ci dicono che la Franciacorta nel suo complesso non è dominata e pervasa da una monocoltura (come succede oggi in altre aree vitivinicole) ma è ricca di una importante biodiversità.

Anche l’abitato di Sergnana e i vigneti di CorteBianca sono circondati da una grande area di boschi cedui e di bordure autoctone che caratterizzano questo ambiente: l’area boscata sulle pendici del Monte Cognolo dove hanno inizio le Prealpi Retiche, che fanno da corona da est a ovest, i boschi dei colli San Michele, Piane e Pollo che chiudono a sud.
Qui gli alberi che facilmente potete incontrare sono il carpino nero, l’orniello, la roverella e il castagno. Nel sottobosco rintraccerete principalmente il biancospino, il viburno lantana e il sanguinello; mentre nello strato erbaceo l’erba perla azzurra, la pervinca, il dente di cane, l’erba limona, viole e primole con gli ellebori e molto altro. Notevole è anche  la varietà animale che si vede che va dai micro-mammiferi agli uccelli, ai numerosi insetti utili all’equilibrio dei luoghi e all’ecologia del vigneto.
Quest’aura di monti, colline e di boschi, è condizione straordinaria e unica e il microclima che ne deriva, esercita naturalmente benefici sulle vigne di CorteBianca.

Ma, inoltrandovi nel fitto del bosco, salendo verso il Monte Cognolo, lungo i percorsi affascinanti che portano alla vista del lago d’Iseo, non potrete fare a meno di constatare, purtroppo, una realtà di degrado e abbandono: vegetazione in difficoltà per lo stato dei versanti, alberi divelti, e boschi in genere senza un respiro e soffocati da edere e rampicanti.
Il bosco, fatto di legno, che il poeta Edward Thomas considerava il “quinto elemento” è luogo di luci e ombre, luogo dell’anima, luogo della cultura e della vita. Ma il mito del bosco oggi è reso nella sua fragilità un “esile mito” (Vittorio Sereni).
I boschi in Italia, e quello di Provaglio d’Iseo non fa eccezione, avanzano, e la loro crescita è incontrollata. Evidente è la necessità di un piano mirato di controllo e di gestione che significa come è sempre stato nel passato “coltura del bosco”.
I boschi hanno un valore intrinseco che va oltre il loro valore monetario. Gli alberi assorbono e immobilizzano anidride carbonica riducendo l’effetto serra e rallentando i cambiamenti climatici. La presenza del bosco influisce sul clima a grande scala ma anche nei micro-territori a cui appartengono: potrete percepire al loro interno e nelle vicinanze la pulizia dell’aria e la frescura che esso rilascia.




A CorteBianca, consapevoli di tutto questo, da quindici anni lavoriamo ogni inverno alla cura del bosco. Operiamo attraverso delle manutenzioni con l’idea che il bosco è parte fondamentale del paesaggio. Gli alberi, gli arbusti e lo strato erbaceo devono essere salvaguardati aiutati a crescere perché sono fonte del nostro equilibrio, sono essenza e sostanza che troviamo nel nostro vino.

William Bryant Logan nel suo libro “La quercia. Storia sociale di un albero” scrive “Da quando i ghiacci hanno cominciato a ritirasi (…) abbiamo conosciuto due versioni distinte del mondo: una fondata sul legno e una fondata sul carbone e sul petrolio. La prima è durata tra i dodici e i quindicimila anni, la seconda dura da circa duecentocinquant’anni. (…)Tutto ciò che serviva all’uomo era fatto di legno. (…) Questi nuovi combustibili non incarnano nessun nuovo principio. Non sono altro che un ammasso di antichi tronchi, foglie rami e radici, rimasti sepolti per milioni di anni e poi distillati: i resti di un mondo fatto di legno sviluppatosi ancora prima della nascita del genere umano.”

Il bosco merita e necessita, che nasca da subito una nouvelle vague di tutela e di gestione dove pubblico e privato lavorino insieme.
Si può e si deve, rubando il titolo della raccolta in versi di Andrea Zanzotto “Il galateo in bosco”, fondare un rapporto nuovo con il bosco governato da un nuovo galateo, di cui ognuno di noi  è protagonista nel dare oltre che dell’avere.
Il bosco, infine, come luogo dove costruire un rapporto di vero equilibrio con la natura; il bosco come luogo per perdersi, ma specialmente per ritrovarsi.

Vendemmia 2016

Qualsiasi raccolto, nel mondo contadino, è da sempre identificato come un forte sbalzo d’umore:
prima…  la tensione del lavoro, l’attesa trepidante, il guardare il cielo ad ogni ora, osservare il vento e la sua direzione, gioire o dispiacersi per ogni goccia di pioggia o per il riscaldo del solleone a seconda del tempo, le condizioni della “Candelora”, la “Merla”, “Santa Croce”, l’avvio della “luna nuova”… ma comunque la tensione vibrante del vivere le leggi della natura;
dopo… la soddisfazione più gratificante o la delusione più cocente, veder trasformare il frutto in vino, poco o tanto, buono o meno, la riflessione per  valorizzare al meglio ciò che ci è stato concesso e che abbiamo saputo fare… ma comunque la pace, la calma, i tempi che si dilatano, il cielo faccia ormai ciò che vuole!
Da sempre, ed ancora oggi, con le ricorrenze trasformate in misure ed analisi; la preghiera in studio, confronto e scambi di informazioni in rete; il fatalismo in monitoraggio…
Non si vede mai l’ora che arrivi la vendemmia! Per godere di questo cambio di ritmo così coinvolgente da cambiare persino i tempi del respiro ed i battiti del cuore.
Ed in questo incredibile 2016 è così più che mai, l’abbiamo conquistata con i denti questa raccolta, sotto un cielo a tratti inclemente e poi ricco di calore per tutti: la vite ed i suoi abitanti, erbe, insetti e spore.
E noi, all’insegna del rispetto al “bio” (alla vita quindi), armati solo di zolfo e rame, i nostri elementi naturali, a combattere per indirizzare ognuno al proprio spazio, ad allearci con la biodiversità per limitare terreno ai parassiti, ad osservare ogni espressione per cercarne gli equilibri, ora ci prepariamo a trasformare in un brindisi tutto questo impegno!

Pierluigi Donna

L'intelligenza dei fiori.

Sembrano i più fragili abitanti del giardino. Eppure se li guardiamo con l’aiuto di autori che a loro si sono dedicati, vedremo attitudini e strategie di sopravvivenza sorprendenti. I fiori, con i loro colori, le geometrie dei petali e la varietà delle forme sono lo strumento che hanno le piante per conquistare terreno. Se, come dice Maeterlinck ne “L’intelligenza dei fiori”: “La pianta concentra tutta la propria esistenza verso un unico scopo: spuntare dal terreno per sfuggire alla calamità sotterranea; eludere e trasgredire una legge misteriosa ed opprimente, liberarsi, strapparsi dalla morsa soffocante, immaginare o invocare ali per scappare il più lontano possibile, affrancarsi da uno spazio in cui il destino l'ha relegata ed accostarsi ad un'altra realtà, entrare a far parte di un mondo emozionante e vivido”, i fiori sono, per la pianta, una specie di 'arma'.

 Con sistemi specifici, dal profumo, al nettare, ai “giochi di stami e pistilli” per dirla con Maeterlinck, per arrivare alle tecniche più raffinate (l’uso del vento, gli animali di passaggio, la pioggia o la rugiada), i fiori si propagano in un’ansia di conquista che poco ha a che fare con quell’idea del mondo vegetale “...così calmo, così dimesso, dove tutto sembra pervaso di accettazione, silenzio, obbedienza, ricordo”.

Forse è anche per questo, e non solo per il loro aspetto, che i fiori sono sempre stati, anche se in modi diversissimi da cultura a cultura (come ben racconta Goody nel suo “The culture of flowers”), simboli potenti della vita stessa.

 È difficile sottrarsi alle rêveries, mentre guardiamo le fioriture primaverili. Vicino alle altre aromatiche, la rigogliosa e profumata lavanda “Impress purple” spicca  con il suo inconfondibile colore, mentre le api intorno inscenano, come in ogni estate, il loro balletto di propagazione della vita.
 

Il nostro orto-giardino.

L’arrivo a Sergnana nell’ormai lontano 2001, in questa casa di campagna abbandonata,  è stato al tempo stesso affascinante e desolante. Tutto era lasciato a se stesso, la vecchia casa contadina e la natura intorno, sottoposti ormai all’indifferenza dell’uomo.
Ma, come spesso accade, i segni del passato ci inviano messaggi - se li vogliamo ricevere- e diventano preziosi suggerimenti -se li vogliamo interpretare.
A sinistra dell’ingresso, varcando uno sgangherato cancellino in legno tra edere e cespugli invadenti, si scorgevano alcuni germogli di radicchio rosso sopravvissuti al freddo dell'inverno.
E subito, in un’operazione ideale di proiezione verso il futuro, è stato chiaro dove avremmo creato l’orto: esattamente dove l’intelligenza, l’esperienza e la necessità contadina avevano colto il genio del luogo, noi avremmo ripetuto quella scelta, consapevoli che tutto avrebbe funzionato nel modo più giusto.
Infatti, l’esposizione a sud in pieno sole, insieme al muro di chiusura della corte (che la notte rilascia il caldo accumulato di giorno e che ripara dai venti del nord), fornivano le condizioni ideali per ripetere ogni anno la coltivazione degli ortaggi.
Inoltre, questo è anche il punto dove è collocato il portone di ingresso della casa, il luogo di passaggio tra il dentro e il fuori della corte, e anche il "punto di rappresentanza" del nostro essere una piccola cantina di Franciacorta.
E quindi l’orto ha subito (speriamo volentieri) una piccola virata verso un ‘idea di "orto giardino", come inteso in altri Paesi, dove è chiamato, secondo la lingua, vegetable garden o kitchen garden, jardin potager o gemüsegarten.
Perché l’orto è più bello (oltreché più florido) se oltre alla parte produttiva unisce una parte di giardino, essenziale alla salvaguardia dai parassiti e al miglioramento del suo essere vegetativo. E quindi insieme alle insalate, ai pomodori e alle barbabietole troviamo nasturzi a protezione dei cavoli, tageti contro gli afidi e calendule per gli impollinatori.
L’orto è più discreto se all’arrivo è celato da una siepe di ligustro. E, oltre la siepe, lo scopriamo non sempre perfettamente ordinato, perché la raccolta degli ortaggi rompe le fila, le aiuole appena vangate presentano la terra nuda, gli erbaggi crescono casualmente dopo una semina alla volata e una pianta quando va in fiore assume forme inaspettate.
L’orto è il luogo della terra sana e ricca di humus, il luogo dell’autoctono e dell’alloctono, il crocevia di scambi di piantine tra appassionati e di sperimentazioni di ortaggi sconosciuti ma ai quali non si può resistere. L’orto è il luogo dove la rotazione degli ortaggi è funzionale a non impoverire la terra e a renderla fertile, è il luogo della programmazione e il luogo della delusione, per risultati disattesi. Qui, a CorteBianca, l’orto ci ricorda che siamo in campagna, in una casa contadina dove si fa agricoltura biologica, ma ancor prima un’agricoltura naturale dove ci si confronta ogni giorno ad armi pari con la natura.
Se ci riferiamo all'etimologia di orto, che ha un'origine comune con giardino e, curiosamente per noi, anche con corte, scopriamo che il significato della sua radice ha attinenza con "luogo chiuso, recinto".

E noi amiamo il nostro orto concluso, stanza all’aperto, luogo della biodiversità, delimitato da siepi e da muri coperti di rose fiorite,  proprio come adesso che è il mese di maggio.

Biopass. Il suolo racconta.

In un mondo e in un periodo storico in cui spesso a gran voce si proclamano sostenibilità e attenzione al territorio e alla natura, senza poi che questo si traduca in atti concreti o in un impegno costante, abbiamo voluto, insieme ad alcune altre aziende della Franciacorta, sottoporci nel 2014 a un vero e proprio “esame” oggettivo della sostenibilità. Grazie a un modello di analisi sviluppato dallo Studio agronomico SATA di Rovato, abbiamo quindi potuto verificare il nostro livello di sostenibilità, pronti a mettere in discussione, nel caso, il nostro operato. Insomma, non ci bastava fare le cose bene. Volevamo essere certi che il nostro modo di agire producesse risultati davvero rilevanti per il nostro microcosmo,  e che coltivare la vigna (e non solo) secondo metodi strettamente biologici portasse a un reale miglioramento del nostro ambiente. Una dovuta restituzione di ciò che la natura ogni giorno ci dona.
Facile non è stato, per niente. Applicare il Biopass richiede un lungo periodo di osservazione e un numero molto vasto e variegato di valutazioni, che hanno come oggetto privilegiato il suolo. E come poteva essere altrimenti? Tutto effettivamente comincia dal suolo, se il suolo presenta squilibri o se i microrganismi che lo abitano soffrono o si estinguono, tutto l’ambiente naturale correlato ne patirà. È la terra, generatrice e nutrice, quindi a essere messa sotto esame, attraverso criteri oggettivi, che non possono prescindere da una valutazione sensoriale iniziale. “Sentire il terreno” per riconoscerne la vitalità  attraverso i sensi è il primo passo per una valutazione “a misura d’uomo” e quindi della vita più in generale: un metodo basato sull’esperienza che curiosamente ci riporta in linea con l’agronomo cinquecentesco bresciano Agostino Gallo che tanto ci è caro (e sulle cui teorie presto faremo un post).

Tra i criteri utilizzati per l’analisi del suolo, la presenza di rame, il monitoraggio della sostanza organica, la cui misurazione è una guida per continuare a migliorare, la presenza di lombrichi e artropodi. Da un lato, i lombrichi dicono molto della salute del suolo. Infatti, pur non essendo un indicatore così fondamentale in terreni vocati alla viticoltura, generalmente poveri e quindi più inospitali per loro, è pur vero che una concentrazione alta di questi animaletti nel terreno è un chiaro proclama di vitalità del suolo. Ancora più chiaro il nesso artropodi/salute del suolo. Dal momento che gli artropodi (collemboli, scorpionidi) sono esseri molto fragili, un terreno vessato ne vedrebbe una rapida scomparsa. Altro indicatore importante, la presenza di micorrize. Questi funghi sono sinergici alla pianta e non potrebbero sopravvivere in ambiente depauperato.

Tra gli altri indicatori, un posto speciale, almeno nel nostro cuore, lo riveste un esame chiamato cromatogramma, che misura la vitalità del suolo attraverso..un disegno compiuto dal terreno stesso (nella foto in alto un esempio di cromatogramma di CorteBianca).  Appoggiando del terreno su un foglio di carta assorbente, si osserva la forma che vi rimane impressa e che, in qualche modo, diventa l’impronta digitale del terreno stesso. Questo esame, per quanto scientifico e assolutamente oggettivo, riveste per noi quasi un significato filosofico, diventando un po’ il simbolo di tutto il Biopass. Il suolo è un elemento vivo, vitale e mutevole. Comunica la sua salute, in qualche modo ci parla.
I risultati di tutta l’analisi del Biopass, molto lusinghieri per CorteBianca, ci spingono a continuare in questa direzione e a credere sempre con più forza nel nostro lavoro di viticoltori biologici. Perché ci sentiamo immersi in un flusso di reciprocità e di mutua dipendenza dal territorio di cui ci prendiamo cura ogni giorno, e sapere il nostro terreno in salute è un po’ come rafforzare nuovamente le basi del nostro impegno. Perché, insomma, proprio tutto nasce dalla terra.

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